Letteratura

Il futurismo.. del passato e del presente

XXI secolo: l’era della tecnologia, dei cambiamenti, sia in campo scientifico sia culturale. Tutto sembra essere diverso da com’era un tempo, o almeno, così ci dicono. Pochi giorni fa, ho sentito mia nonna ripetere per l’ennesima volta questa frase ed è così che mi sono ritrovata, spinta dalla curiosità, a chiedermi quanto questo fosse vero. Scientificamente parlando, penso che la risposta sia univoca, perché sono senz’altro innumerevoli i mezzi tecnologici di cui siamo oggi dotati, molti addirittura sembravano essere solo fantasie di qualche scienziato che cercava di conseguire un certo consenso, ma tutti volti a renderci più facile la vita, a semplificare numerosi aspetti della nostra quotidianità. Proprio questa tendenza verso la semplificazione mi ha fatto riflettere in campo letterario: il linguaggio di oggi, il lessico usato dalle cosiddette “nuove generazioni”, quello che riduce tutto a poche parole accostate tra loro senza un’apparente connessione logica, a frasi con una punteggiatura essenziale o addirittura inesistente, è poi così diverso da quello usato in passato? Ponendo l’accento proprio sulla questione linguistica, la mia ricerca si è fatta più affannosa e sistematica, finché mi sono accorta di una somiglianza notevole tra quella che possiamo definire “la nostra lingua colloquiale” e quella teorizzata e ricercata da uno dei movimenti letterari più caratteristici, a mio parere, del ‘900 italiano: il movimento futurista.

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Nel 1909, Filippo Tommaso Marinetti, scrittore, poeta e drammaturgo italiano, ma soprattutto fondatore di quella che è stata la prima avanguardia italiana, il movimento futurista, rende edito il manifesto del movimento; nel 1912, sarà invece pubblicato sulla rivista fiorentina “Lacerba” il manifesto tecnico della letteratura futurista. Quelli che più ci riguardano sono i punti 3 [Si deve abolire l’aggettivo, perché il sostantivo nudo conservi il suo colore essenziale (…)], 4 [Si deve abolire l’avverbio, vecchia fibbia che tiene unite l’una all’altra le parole (…)] e 6 [Abolire anche la punteggiatura (…) è naturalmente annullata, nella continuità varia di uno stile vivo che si crea da sé (…)]. È inevitabile pensare agli SMS che ci mandiamo oggi: a uno “scusa non riesco proprio” fa spesso eco un “tranqui!!” o uno “scialla”; non serve precisare il verbo, non serve mettere la virgola, non serve rispondere con una frase: bastano poche parole per dare una risposta che, anche senza sfumature, rende l’idea di quello che è il messaggio essenziale che vogliamo comunicare. Altra innovazione futurista è l’introduzione, nella letteratura, dell’aspetto del rumore: rimanendo sempre nell’ambito del lessico odierno, più volte vi sarà capitato di sentire espressioni come “ho fatto un patatrac!” (quando combiniamo un “casino”) piuttosto che “se, PAAM!” (quando rispondiamo a qualcuno che ha detto “una balla”). Ovviamente, le motivazioni che spingono i giovani d’oggi a parlare così non sono le stesse che spinsero Marinetti a scegliere di adottare questo tipo di linguaggio ma credo possa essere utile riflettere su come in realtà ciò che cambia, nella storia, non è quello che un uomo fa, ma il motivo per cui compie determinate scelte; questo, seppur esiguo, penso sia un esempio efficace per comprendere questo fatto, proprio perché molto vicino alla nostra quotidianità. Quello che ha portato i futuristi a mirare alla semplicità del linguaggio, all’efficacia del messaggio, è stato sicuramente un ideale di rivoluzione, di cambiamento. Scrive Marinetti: “Noi affermiamo che la magnificenza del mondo si è arricchita di una bellezza nuova; la bellezza della velocità […] un’automobile ruggente, che sembra correre sulla mitraglia, è più bello della Vittoria di Samotracia.” Forse questa frase racchiude in sé le nostre, di motivazioni: la rapidità di dire le cose, di fare le cose, che pensiamo ci faccia risparmiare tempo per vivere, ma che rende invece il tempo stesso il vero protagonista della nostra vita, mentre noi ci teniamo a debita distanza dal palcoscenico limitandoci ad assistere come spettatori a quei momenti che dovremmo invece gustarci, facendoci così sopraffare da quella pigrizia che, pian piano, evolverà in noia e assuefazione.

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