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Essere INSEGNANTI e non solo PROFESSORI

Il professore. Quella persona che nel corso degli anni è riuscita a farsi amare, odiare, ammirare, che ci ha insegnato qualcosa. Insomma, qualunque scuola abbiamo fatto, qualsiasi indirizzo, in qualsiasi città, sicuramente avremo conosciuto un professore che ci ha ostacolato e uno (almeno, ma spero di più!) che invece è riuscito a farci amare di più quello che abbiamo scelto di studiare. Negli ultimi tempi c’è un professore in particolare che ha catturato la mia attenzione e quella di tantissimi altri ragazzi e adulti di tutta Italia; magari lo conoscerete già, magari no, e in quest’ultimo caso sono felicissima di potervelo presentare: Alessandro D’Avenia. Molti lo conoscono solo in quanto scrittore (è infatti autore di due romanzi, Bianca come il latte rossa come il sangue, diventato ormai un best seller e tradotto in 18 lingue, e Cose che nessuno sa) ma non tutti forse sanno che oltre ad essere scrittore è uno di quei professori che lui stesso, nel suo primo romanzo, definisce “sognatori”. Proprio leggendo Bianca come il latte rossa come il sangue, infatti, mi sono interrogata sempre più su cosa significhi essere un professore.

davenia
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D’Avenia, durante la presentazione del film ispirato proprio al suo libro, ha cercato di spiegare come il compito dell’insegnante sia secondo lui non tanto quello di insegnare qualcosa agli studenti, ma quello di fornire gli strumenti necessari affinché essi possano comprendere da soli ciò che nella vita si troveranno a studiare. Niente di più vero, secondo me. Ecco come un lavoro che all’apparenza può sembrare semplice nasconde in realtà un universo, un mondo sconfinato e pieno di contraddizioni. Prima tra tutte, quella dei “giovani d’oggi”: molto spesso, in giro (ma tante volte è anche un nostro pensiero) sentiamo dire che “se i professori fossero un po’ più umani, se ci venissero un po’ più incontro, allora sarebbe più semplice amare la scuola, o anche solo farsela stare simpatica”. Mi sono chiesta, pensando a me e ascoltando diverse opinioni di ragazzi che tutt’ora frequentano le superiori, come dovrebbe essere, cosa dovrebbe fare e cosa dovrebbe dire il “professore perfetto”. Nell’immaginario più comune, il professore “migliore” è quello che –in stile serie americana per ragazzi- ti porta a fare lezione al parco, abolisce il libro per usare invece film, canzoni o riviste varie per spiegare l’argomento delle lezioni e cose simili. Ma quando in risposta si portano esempi come il professor John Keating de “L’attimo fuggente” o come il “sognatore” del romanzo di D’Avenia (professore che non sembra insegnare agli alunni tanto la teoria quanto, per così dire, la pratica, che non invita gli alunni a parlare in corridoio durante l’intervallo ma li invita in palestra sul ring per sfogarsi) spesso il nostro interlocutore rimane incredulo o scoppia in una rumorosa risata, perché un professore così, che sale sulla cattedra e strappa le pagine del libro, non può esistere. Quando penso a questo, mi assale sempre una grande tristezza: la verità è che siamo noi, spesso, che non mettiamo noi stessi e le persone che provano ad aiutarci (genitori, amici, parenti e –perché no!- insegnanti) nelle condizioni migliori per farlo. Siamo noi che spesso ci innalziamo a insegnanti di noi stessi, senza voler far entrare nella nostra vita altri se non la presunzione di potercela cavare sempre e comunque da soli. E così diventano inutili i genitori, gli amici, e anche gli insegnanti. Leggendo l’autobiografia di D’Avenia sul suo blog “Prof2.0” sono rimasta piacevolmente colpita da queste parole: “Non ho la pretesa di insegnare niente a nessuno (a parte i miei alunni, che cerco di mettere nelle condizioni di imparare, più che insegnare loro qualcosa…), ma di testimoniare il fatto che la vita ha sempre il miglior copyright”. Secondo me, molti insegnanti dovrebbero prendere spunto proprio dalla parentesi contenuta in questo piccolo pensiero: cercare di mettere gli alunni nelle condizioni di imparare. Tante volte, secondo me, vale la pena di mettersi nei panni di queste figure che nella maggior parte dei casi sono oggetto di continue critiche e giudizi negativi per cercare di capire quali sono le difficoltà che loro incontrano, per renderci conto dei muri che erigiamo tra la cattedra e i banchi. Questa è la contraddizione: scendiamo in piazza perché vogliamo un’istruzione migliore ma poi non permettiamo a chi sta dall’altra parte di entrare veramente nella nostra quotidianità, per lo meno quella scolastica. Una cosa è certa: quello per cui gli studenti lottano, una scuola con meno barriere, una scuola con professori che sono disposti all’ascolto e alla collaborazione, esiste già. Ne abbiamo esempi concreti nella nostra vita, credo, ma  un esempio davvero evidente lo possiamo, secondo me, avere proprio in Alessandro D’Avenia, questo professore che, pensate, ogni settimana pranza con un suo alunno diverso per poter chiacchierare con lui, per chiedergli cosa vorrebbe fare dopo la scuola e, perché no, per dargli una mano a scrivere la tesina di maturità. 

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